Quando chiedere aiuto

Comprendere di aver bisogno di aiuto, ancor più ammettere di aver bisogno di aiuto ed infine chiedere aiuto è un processo lungo e difficile da realizzare. Spesso ci si riesce soltanto dopo anni di apatia, angoscia o dolore, con il rischio di sprecare importanti occasioni di crescita per sé e per le persone che ci sono vicine, opponendo una strenua resistenza a tutte le forze che ci attirano in direzione di un ineludibile e salutare cambiamento. Tutto ciò avviene, spesso, a causa della atavica paura per il cambiamento e l’ignoto che esso porta con sé.

La paura è un’emozione naturale e sana ma quando questa arriva a paralizzare tutte o molte delle nostre aree allora diventa una vera e propria patologia comportamentale sulla quale è opportuno intervenire affinché si possano sbloccare tutti i cambiamenti necessari. Poiché questo è ciò che spesso fa lo Psicoterapeuta, promuovere il cambiamento. Come detto molti sono i fattori che si oppongono al cambiamento: la difficoltà di ammettere a sé stessi che è necessario cambiare qualcosa, perché spesso ciò è vissuto come un fallimento, la pressione del contesto esterno, spesso familiare, a rimanere bloccati all’interno di ruoli o schemi consolidati che, per quanto disfunzionali, consentono a ciascun membro del gruppo di riconoscersi all’interno di una identità precisa. Non si dimentichi che il nostro cambiamento è spesso in grado di mettere a nudo molte delle distorsioni che caratterizzano il nostro gruppo relazionale di appartenenza. Chiedere aiuto, inoltre, significa fidarsi di qualcun altro e ciò non sempre è facile soprattutto quando il nostro bisogno è legato, per esempio, ad esperienze di “tradimenti”.

Mettere in discussione sé stessi ed il proprio mondo di appartenenza può voler dire mettere a rischio la propria stessa identità, può voler dire negare tutto, o quasi, ciò che si è stato fino a quel momento per dirigersi verso l’ignoto.

È molto facile comprendere come tutto ciò sia difficile e doloroso, tuttavia ancor più doloroso potrebbe essere accorgersi troppo tardi di aver sprecato l’irripetibile esperienza della propria vita all’interno di ruoli e dinamiche che non ci appartengono e che ci hanno impedito l’espressione della nostra parte più vera e gratificante privandone, al contempo, coloro con i quali abbiamo condiviso l’esistenza. Comprendere che qualcosa nella nostra vita non va, chiedere aiuto, andare verso il cambiamento può stravolgere dalle fondamenta ogni nostra convinzione al punto da proiettarci in una angoscia che, almeno inizialmente è ben più profonda, di quella che ci ha spinto al cambiamento medesimo.

Tuttavia questo è il prezzo per raggiungere noi stessi. Quante volte ho sentito madri chiedere perché dovevano portare il figlio dallo psicologo e non dalla logopedista, visto che aveva problemi di scrittura, oppure chiedere “perché lo psicologo?” se il problema è gastrico, o cardiaco, quante volte giungono i genitori per i problemi scolastici dei figli mettendo poi a nudo una profonda crisi di coppia. Quanti sintomi corporei possono, in realtà, essere ricondotti ad una sofferenza psicologica, quanti problemi scolastici non riguardano l’aspetto cognitivo ma bensì quello emotivo, quante volte di fronte all’esito negativo della diagnostica medica ci si trova disorientati ed impotenti di fronte alla nostra od altrui sofferenza senza prendere neppure in considerazione l’aspetto psicologico e più correttamente quello psicosomatico.

Molte persone hanno problemi psicologici e non ne sono abbastanza consapevoli, oltre a ciò c’è anche molta disinformazione sulle possibilità di cura che la psicologia è in grado di offrire. Altre volte sono i pregiudizi ad ostacolare il ricorso alle possibilità di cura della scienza psicologica, per altri il timore è di non reggere il peso di una conoscenza inutilmente dolorosa nella convinzione di non poter fare nulla per cambiare. C’è poi chi non ha fiducia nei farmaci e nelle psicoterapie in genere e chi ritiene che il problema sia degli altri, od ancora chi è scarsamente incline all’introspezione e pertanto evita o non è in grado di chiedersi come stia vivendo questa vita. Tuttavia moltissime persone riescono a superare tutte le innumerevoli difficoltà di cui sopra pur di arrivare a conquistare sé stessi accettando di mettersi in discussione e di farsi aiutare per poter finalmente arrivare a vivere una vita migliore al di fuori di ogni condizionamento o schema precostituito. Dolore e sofferenza, insuccessi e frustrazioni sono comuni a tutti ma non è comune a tutti la capacità di gestirli ed utilizzarli in direzione del cambiamento e miglioramento di sé.

La sofferenza diventa patologica non solo quando non viene utilizzata per cambiare, ma addirittura come una dimensione consueta e come uno strumento per manipolare situazioni e persone. Si potrebbe dire che la capacità di cambiamento sia direttamente proporzionale allo stato di salute psicologica di una persona.

Indubbiamente c’è qualcosa che non funziona se non si riesce ad ottenere ciò che si vuole, o se si continua a volere ciò che non si riesce ad ottenere, o se il prezzo emotivo che si paga per ottenere qualcosa è troppo alto. Comprendere il proprio e l’altrui funzionamento emotivo è fondamentale per il raggiungimento di un soddisfacente livello di benessere psicologico. Ciò infatti, consente di controllare con sufficiente sicurezza una molteplicità di situazioni personali e relazionali portando ad emettere il comportamento più funzionale alla specifica circostanza incrementando l’autoefficacia e conseguentemente l’autostima. Tutto ciò non può che essere correlato con la salute psicologica e conseguentemente con quella fisica, mettendo il soggetto al riparo, quanto meno, da molte forme di somatizzazione ed infelicità. L’efficacia della psicoterapia, daltronde, è ampiamente dimostrata dai dati statistici. Basterebbe comunque pensare al sollievo che chiunque ha provato sapendo di poter contare sull’ascolto di qualcun’altro dovendo affrontare un problema per sgombrare il campo da ogni dubbio. La maggior sofferenza non sta tra le pareti degli studi degli Psicoterapeuti, ma fuori, tra coloro che non hanno avuto la capacità prima e la forza poi di riconoscere i propri problemi e successivamente di farsi aiutare rimanendo, in tal modo, soli con la propria sofferenza.